Ci sono paesi che si raccontano con un’unica immagine, e paesi che invece hanno bisogno di più capitoli per essere davvero compresi. La Thailandia appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Da un lato le montagne verdi del Nord, avvolte nella nebbia e abitate da tribù che vivono ancora secondo ritmi antichi; dall’altro il Sud, fatto di mare cristallino, isole calcaree e imbarcazioni tradizionali che sfrecciano tra una baia e l’altra. Due Thailandie diverse, che insieme compongono uno dei paesi più sorprendenti che abbia mai visitato.
Il Nord: Chiang Rai, Chiang Mai e le montagne che insegnano
Il viaggio comincia lontano dalle spiagge, tra le montagne che separano la Thailandia da Myanmar e Laos. È qui, nella zona di Chiang Rai e Chiang Mai, che ho vissuto una delle esperienze più intense e formative dell’intero viaggio: un trekking di due giorni tra i sentieri di montagna, con pernottamento presso una tribù locale, in una palafitta senza elettricità.

Non è stata una notte comoda, e non doveva esserlo. È stata piuttosto una lezione di vita, di quelle che restano impresse molto più a lungo di qualsiasi monumento. Vivere anche solo per una notte come vive quotidianamente una comunità di montagna — senza corrente, senza le comodità che diamo per scontate, con ritmi scanditi dalla luce del sole e non da un interruttore — ti fa capire quanto diversa, e quanto più complicata, sia la vita per milioni di persone nel mondo. È un’esperienza che consiglio a chiunque voglia andare oltre la superficie di un viaggio, e che personalmente porto ancora con me come uno dei ricordi più veri di tutta la Thailandia.

Sempre tra le montagne del Nord ho vissuto un altro momento che ricordo con particolare piacere: la visita a un centro etico per elefanti. Da anni ormai gli operatori più seri e consapevoli hanno abbandonato la pratica di far cavalcare gli elefanti ai turisti — una tradizione che, oltre a essere eticamente discutibile, provocava loro veri e propri dolori alla schiena a causa del peso della sella. Il centro che ho visitato accoglie invece elefanti “salvati”, spesso reduci da anni di duro lavoro nel trasporto del legname o dalle vecchie pratiche turistiche poco rispettose del loro benessere.

Qui gli elefanti vivono liberi di muoversi negli spazi del centro, e i visitatori possono avvicinarsi con calma e dar loro da mangiare, principalmente banane, di cui — l’ho scoperto sul campo — sono golosissimi. Essendo nati in cattività, sono comunque abituati alla presenza umana, ma il tipo di interazione che si crea è completamente diverso rispetto al passato: nessuna sella, nessuno sforzo imposto, solo un contatto giocoso e rispettoso che mi ha permesso di osservarli da vicino e apprezzarne il carattere sorprendentemente simpatico e curioso. Un’esperienza che consiglio senza esitazioni a chi visita il Nord della Thailandia, purché si scelga sempre un centro che dichiari apertamente pratiche etiche verso gli animali.

A Chiang Rai, prima di addentrarmi tra le montagne, mi sono concessa una tappa che definirei semplicemente sorprendente: il Wat Rong Khun, universalmente noto come White Temple. Un tempio che con il buddismo tradizionale ha ben poco a che fare nell’aspetto: bianco abbagliante, decorato con specchietti che luccicano al sole, popolato da sculture surreali che spaziano da mani protese verso l’inferno a personaggi pop contemporanei nascosti tra i dettagli architettonici. È un luogo che diverte e spiazza allo stesso tempo, testimonianza della creatività senza confini del suo ideatore, l’artista Chalermchai Kositpipat. Un contrappunto perfetto, quasi ironico, rispetto alla sobrietà e all’autenticità vissuta poco dopo tra le montagne.

Il volo verso Sud: un altro paese, un’altra Thailandia
Dopo giorni tra nebbia, risaie terrazzate e villaggi di montagna, un volo interno mi ha portata a Krabi, sulla costa sud-occidentale del paese, affacciata sul Mare delle Andamane. Il cambio di scenario è stato totale: dalle montagne verdi si passa a un paesaggio fatto di acque turchesi, isolotti calcarei che spuntano dal mare come sculture naturali e spiagge bianche che sembrano disegnate.
Da Krabi ho esplorato l’arcipelago circostante attraverso diverse escursioni di island hopping, spostandomi come ogni thailandese farebbe da secoli: a bordo del tradizionale longtail boat, la caratteristica imbarcazione dalla lunga elica esterna, capace di raggiungere anche le insenature più nascoste. Ogni giorno un’isola diversa, ogni isola una sorpresa: acque cristalline perfette per fare snorkeling, pesci colorati, spiagge quasi deserte raggiungibili solo via mare.

Maya Bay: bellezza e overtourism
Tra le tappe di questo giro tra le isole, una in particolare meritava — e merita ancora oggi — un discorso a parte: Maya Bay, la baia resa celebre in tutto il mondo dal film The Beach con Leonardo DiCaprio. È innegabile che si tratti di un luogo di rara bellezza: una piccola baia chiusa tra pareti di roccia calcarea altissime, con un’acqua di un colore quasi irreale. Ma è altrettanto innegabile che, per anni, sia stata anche un simbolo di overtourism: troppe imbarcazioni, troppi visitatori ammassati in uno spazio ristrettissimo, con un impatto pesante sull’ecosistema marino circostante.
La buona notizia, per chi sta pensando di visitarla oggi, è che le autorità thailandesi hanno preso il problema sul serio: <cite index=”2-1,5-1″>Maya Bay è rimasta chiusa ai visitatori dal giugno 2018 per permettere all’ecosistema di rigenerarsi</cite>, e da quando ha riaperto <cite index=”1-1″>l’accesso è ora regolamentato con rigide restrizioni — le imbarcazioni non possono più ancorare direttamente sulla spiaggia, la balneazione è limitata e il numero di visitatori giornalieri è contingentato</cite>. Un segnale importante, che dimostra come la sensibilità verso questi luoghi fragili possa davvero fare la differenza se accompagnata da regole chiare e da un turismo più consapevole. Chi visita oggi Maya Bay lo fa con un impatto molto più contenuto rispetto al passato, e questo per me resta un ottimo esempio di come la bellezza di un luogo unico al mondo possa (e debba) essere protetta.


Tiger Cave Temple: gradini, panorami e un Buddha che domina il paesaggio
Un’altra tappa che porto nel cuore è quella al Tiger Cave Temple (Wat Tham Suea), nei pressi di Krabi. Qui la ricompensa richiede un piccolo sforzo fisico: centinaia di gradini scavati nella roccia, ripidi e a tratti impegnativi, che conducono fino alla cima della montagna. Ma una volta arrivati in alto, il panorama che si apre sulla giungla circostante e sulle formazioni calcaree della zona ripaga ampiamente la fatica.
Ciò che rende questo luogo speciale non è solo la vista: sono le enormi statue dorate del Buddha che dominano il paesaggio, visibili già da lontano durante la salita. Anche per chi, come me, non pratica il buddismo, trovarsi davanti a quelle sculture immense, immerse nel silenzio della montagna, genera un’emozione autentica, quasi di rispetto istintivo verso qualcosa di più grande.

Due Thailandie, un solo grande viaggio
Quello che rende la Thailandia un paese così speciale è proprio questa capacità di offrire esperienze radicalmente diverse nello spazio di pochi giorni: la profondità quasi spirituale di una notte in una palafitta di montagna, l’ironia creativa di un tempio bianco pieno di sorprese, la leggerezza di una giornata di snorkeling tra le isole, la fatica e la ricompensa di una salita verso un tempio panoramico. Ogni tappa racconta un aspetto diverso dello stesso paese, e insieme compongono un viaggio che va ben oltre l’immagine da cartolina che spesso se ne ha.
Se anche voi state pensando a un viaggio in Thailandia che unisca montagna e mare, cultura autentica e paesaggi da sogno, sono qui per aiutarvi a costruire l’itinerario giusto per voi.







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